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La mancanza e il godimento

Abbiamo più volte accennato alla caratteristica dell’essere umano, uomo o donna, di sentirsi mancante, privo di un qualche ‘non so che‘ che gli dia la sensazione di essere pienamente ‘completo’.
La mancanza è funzionale al desiderio, infatti si desidera ciò che non si possiede.
Questo desiderio innesca delle strategie per l’appagamento, ovvero cercando il possesso di ciò che non si possiede, nell’illusorio tentativo di sopperire alla mancanza. Una volta però che è levata una voglia, la mancanza si ripresenterà sotto forma di un nuovo desiderio.
Quindi la mancanza ci struttura, è connaturata all’essere umano.

Molte funzioni fisiologiche sono innescate dalla mancanza, basti pensare alla fame o alla sete che ci fanno letteralmente muovere verso la soddisfazione di questi bisogni.
Le strategie per raggiungere l’appagamento e la soddisfazione sono alquanto complesse, e nel metterle in atto l’essere umano si scontra anche con una propria insufficienza: spesso ha bisogno degli altri, e non solo per la soddisfazione di bisogni materiali, ma anche per i bisogni dell’anima. Dopo la prima relazione con la madre, dopo il taglio del cordone ombelicale, dopo questa prima separazione, attraverso varie esperienze non tutte consapevoli, l’essere umano scopre che attraverso al relazione con un altro può sentirsi più completo.

Questa mancanza dell’altro che muove al sentimento amoroso, è illustrata molto bene nel mito, così come ce lo riferisce Platone, attraverso le parole di Aristofane, nel celebre dialogo del Simposio; dialogo nel quale si discute su cosa sia l’Amore: Tra gli dei (l’Amore)è il più amico degli uomini, è loro protettore, e medico di quelle malattie, guarite le quali, il genere umano avrebbe la massima felicità. (…) Anticamente la nostra natura non era quella di oggi…i sessi erano tre: maschile, femminile e l’androgino. …ogni essere umano era formato da due facce, quattro braccia e quattro gambe… Questi esseri erano così superbi che Zeus per punizione li divise in due con un taglio… Dopo che la natura umana fu tagliata in due ciascuna metà anelando all’altra metà, le andava incontro e gettandosi le braccia intorno e avvinghiandosi l’una all’altra per il desiderio di connaturarsi, morivano di fame e di inerzia per il fatto di non voler fare nulla l’una separata dall’altra.

L’amplesso risana la natura umana poiché la nostra antica natura era tale che noi eravamo interi; è al perseguimento dell’intero che si dà il nome di amore. 
Il mito ci dà quindi una descrizione di come e perché cerchiamo nelle relazioni di completare noi stessi, di superare la nostra incompletezza, ma ci dice anche che se raggiungessimo questa soddisfazione definitivamente, e permanentemente, il risultato sarebbe letale. In qualche modo l’altro ci da l’illusione di completezza che può essere solo momentanea, e poi ci rigetta nell’incompletezza e nell’insoddisfazione. L’assenza di mancanza e la completezza sono illusioni momentanee che pure ci fanno muovere e attraversare la vita. Alcuni risolvono l’illusione di completezza relazionale con l’amore per un Dio, per aggiungere al proprio sé risorse che provengano dall’Essere Perfettissimo e in questa relazione trovano una forza e una pace irraggiungibile ai più.

Le sostanze d’abuso, le droghe, possono svolgere questa stessa funzione. Il piacere che danno non solo può sostituire il piacere della relazione con l’altro ma lo amplificano nell’intensità e lo rendono di durata assolutamente maggiore, tale che, possono farci provare quel senso di completezza autosufficiente da illuderci di non dipendere più dalla presenza degli altri per avere benessere.
La convenienza, in termini di piacere provato, senza fatica e sofferenza, può essere così attraente da innescare una vera dipendenza dalla sostanza; allora tornerà a mordere la mancanza e la risposta sarà nell’assunzione di altra sostanza, di sempre più sostanza o sostanze per ottenere lo stesso effetto.
E non solo. La ricerca di un ‘di più’ di piacere si può accendere anche quando si sta già molto bene e si vuole stare ‘ancora un po’ meglio’.
Perché la mancanza è incolmabile e ce ne sarà sempre comunque un’altra.
Il desiderio è incolmabile e il piacere è forse il ponte dell’inganno.
Di norma siamo come contenitori che perdono continuamente e lentamente il contenuto e che devono faticare per riempire da capo quanto è andato perso e questo provoca il doloroso sentimento della eterna mancanza. In questa fatica però produciamo quanto di più bello il pensiero e l’esperienza possano realizzare e insieme trasformiamo la sofferenza in godimento.
E’ questo un atto generativo che ci rende simili agli dei, ai quali rubiamo la vera creatività e la bellezza.

c. rocchi g. montefrancesco

Due parole sull'autore

Giuseppe Montefrancesco

Dal 2004 è Direttore Scientifico del “Centro Studi sulle Dipendenze Patologiche” (Ce.S.Di.P.) presso il Dipartimento di Farmacologia “G. Segre”. Dal 2011 è Responsabile della Unità Operativa “Prevenzione Dipendenze Patologiche” della Azienda USL 7 di Siena.

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