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Due tipi

Due tipi di pazienti

Nella mia esperienza clinica ho visto e vedo molti ragazzi con problemi di sostanze pesanti.
Mi giungono o più spesso mi vengono portati dai genitori o da altri, quando oramai pare che il loro consumo sia composto, organizzato, ormai divenuto  un’abitudine, un indirizzo, una strada.
Allora è sempre molto difficile e tutto il problema diventa come trovare soluzioni per non farli morire o come accompagnarli ad una “impossibile” disintossicazione o rinascita.
Recuperarli…un’impresa titanica dove poi l’operatore (almeno io)  vive con un senso di impotenza straordinario.
La malattia va da sé, secondo i suoi voleri, e per questo si può incidere molto poco.
In assoluto è il paziente che ha veramente in mano le redini della sua stessa malattia. Indurlo, forzarne le decisionalità sembra vano. Non riesce.
E d’altro canto è “giusto” così. E non altrimenti,  poiché l’uomo avrebbe già da molto tempo potuto controllare le volontà in modo completo.
Quindi, la cosa migliore per l’operatore è quella di saper cogliere ed accompagnare un processo decisionale di cambiamento se questo c’è e quando c’è.
Bisogna essere bravi e volenterosi.

Ma i pazienti, prima, molto tempo prima erano “normali”, poi si sono avvicinati per varie ragioni alle sostanze.
Allora mi permetto dire che secondo me, pur nella vasto ambito delle differenze e specificità che si possono rilevare, vi sono due tipi di consumatori.
Uno, io lo definisco, attivo; l’altro passivo.
Il primo è colui il quale cerca, attivamente la sostanza e la cerca, si avvicina ad essa per gli infiniti motivi che stanno dietro alla sua persona, agli effetti immaginati delle sostanze e alle circostanze.
Costui non ricerca le sostanze specificatamente e solamente. Vuole in qualche modo curarsi.
Questo non vuol dire che il ragazzo ha delle vulnerabilità cliniche di base delle quali ci si accorge al momento della chiara manifestazione della malattia. Più spesso può essere che sia temporaneamente in un momento difficile della sua vita, fragile, debole. Ha problemi e per questo si è avvicinato alle sostanze.

Il secondo non ha alcuna precondizione ma viene trascinato dalla vita, dalle tendenze, perché non sa dove mettersi . E non è roba da poca non sapere dove stare perché non si sa chi si è o se apparteniamo a qualche categoria ci consente la riconoscibilità.
Così, semplicemente non ha la possibilità di reagire ancora alla confusione della vita. Cerca il suo spazio, il suo corpo, dove mettere queste cazzo di emozioni, doveri e soprattutto come non stare ai margini della vita.

Entrambi alla fine appaino indistinguibili e giungono allo stesso risultato clinico, ovvero diventano patologicamente dipendenti.
Entrambi sono stati ingannati illusoriamente.
In verità, anche i “normali” sono ingannati e dovrebbero  volgere sforzi e volontà per  capire profondamente se stessi e le proprie scelte.
Ma nessuno  insegna ad essere consapevoli, piuttosto nella società ci si sente spaventati, si ha il terrore dello smarrimento.

Allora, alla fine tutti in un modo o nell’altro si “fanno”.
Per vivere e sopravvivere

montefrancesco

Due parole sull'autore

Giuseppe Montefrancesco

Dal 2004 è Direttore Scientifico del “Centro Studi sulle Dipendenze Patologiche” (Ce.S.Di.P.) presso il Dipartimento di Farmacologia “G. Segre”. Dal 2011 è Responsabile della Unità Operativa “Prevenzione Dipendenze Patologiche” della Azienda USL 7 di Siena.

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