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La marijuana e le sue complessità

Per uno che fa il mio mestiere è nelle cose che io esprima un giudizio sul problema di legalizzare o meno le droghe, in particolare la cannabis.

In realtà non sono mai riuscito completamente a convincermi o a convincere il mio eventuale interlocutore salvo che questo non lo fosse già di suo.
Negli anni ho inoltre imparato, a mie spese, la fine durezza del principio e l’indiscutibile legittimità della propria ed altrui opinione per cui, con il tempo, quando mi è stato richiesto parere, ho cercato evasivamente di non rispondere oppure ho farfugliato roba poco comprensibile e me ne sono andato via. Appena notavo contrarietà o quel ciondolare del capo a destra e manca a dire che insomma c’erano tanti dubbi evitavo rapido l’approfondimento scientifico sapiente od anche profilato da elementi sociali e/o psicologici per indurre una discussione aperta, come ritenevo che l’argomento esigesse.
L’esperienza mi aveva convinto che sui principi non valeva la pena dibattere se pure è questa una contradizione perché proprio sui principi vale la pena doverosa di battersi.

Ora voglio dire quanto penso con libera sincerità.
Per prima voglio dire che non ho mai sentito a pieno l’adesione ad una versione rispetto ad un’altra. Certamente tendo ad essere più favorevole alla legalizzazione della cannabis per tutti gli ovvi motivi che stanno dietro a questa , dal liberare risorse al liberare le carceri e tutto l’indotto che colpevolmente le circonda.
Preferisco pensare che se un mercato o un libero consumo devono esserci, ed è il tempo che una società moderna affronti questo complicato comportamento, allora va bene che non vengano puniti e che non siano nelle mani di un lucrosissimo mercato illegale.
Inoltre è insopportabile ed inammissibile la sproporzione che esiste tra il consumatore e le conseguenze legali.
Soprattutto quando il consumo è ad uso terapeutico e in questo caso non dovrebbe esistere alcuna pena conseguente, pur ammettendo, per tale finalità, la non certezza dell’azione specifica ed effetti ancora poco chiari e non sempre ripetibili.

Ma questo è sin troppo ovvio e, su questo piano, il mio interlocutore è sempre d’accordo.
La relazione tra la sostanza d’abuso e la malattia (il dolore, il male fisico) apre a qualunque accoglienza perché il fine è buono e quindi questo dà dignità all’oggetto vietato; è come dire…”su questo siamo d’accordo”.
Ovviamente i più non sanno o non accettano che non c’è mercato migliore del salutismo, la salute smuove potenze economiche.
Quindi non frappone ostacoli quando dovessi discutere della morfina potente e salvifico antidolorifico e non dell’eroina, della potenziale azione antidepressiva della ketamina o degli psichedelici come la psilocibina o della possibilità terapeutica delle droghe in genere.
Posso anche con malizia aggiungere che la cocaina è stata utilizzata in medicina dagli otorinolaringoiatri e dagli oculisti come splendido farmaco ad azione anestetica e vasocostrittiva periferica; farmaco poi abbandonato per qualche effetto collaterale.
Posso raccontare della storia dell’eroina e come veniva adottata inizialmente per disassuefare i morfinomani (uno dei primi esempi di trattamento con farmaco sostitutivo) o migliorare il decorso clinico dei tubercolotici. La potente azione antitussiva e antidolorifica dell’eroina facevano miracoli ed anche il respiro sembrava profondo e soddisfacente. Solo che non si accorgevano a quel tempo che i pazienti tbc andavano in overdose e morivano per insufficienza respiratoria, forse contenti.

E cosi ancora altre storie perché le sostanze, tutte le sostanze, sono doppie, sono il diavolo e l’acqua santa sono panacea e terribile veleno. Come tutti gli elementi dell’esistenza, banalmente.

La cannabis è perfetta per questo tipo di argomento; è di origine naturale quindi apparentemente innocua e magicamente miracolosa.
E se vogliamo, possiamo ricavare tanti altri vantaggi di mercato con una pianta che si può vendere e lavorare tutta.
Certo la canapa non avrà vita facile, così come è sempre successo, proprio per queste sue tante virtù.
Ma ora il nuovo che comprende ha altre visioni e può comodamente sposare per intero la cannabis.
In moltissime parti del mondo come è noto politiche sanitarie, indirizzi commerciali e la liberalizzazione consentono di fare denaro e muovere interessi.
Appunto interessi e non verità.
Con il falso hanno già una volta ammazzato la cannabis.
Ora con nuove stupefacenti verità la rimettono in vita.
Secondo me la rovinano ancora una volta.

Io vorrei aspettare.
Vorrei che fosse legalizzata solo a fini terapeutici e senza alcuna conseguenza penale.
Vorrei che la gente consumasse cannabis per giusti e giustificati indirizzi terapeutici; questo vuol dire dare tempo e posto alla ricerca e non solo della cannabis.
Vorrei che non fosse brutalizzata come solo prodotto di consumo.

Per gli effetti ludici, ricreativi, per la sua straordinaria capacità di indurre ilarità, socialità, fame di cibo qualunque o di musica purché si suoni e si balli, vorrei che fosse nascosta più che in mano ad un mercato. Perché il mercato per il profitto riempie di potentissimi significati le cose e forza e mistifica i processi decisionali.
Per ragioni interne alla vendita si ottimizza tanto il prodotto ( o al contrario se ne producono tante fotocopie inefficaci e pericolose) da divenire pericoloso e innaturale.
Allora la magia degli effetti della pianta diviene spropositata.
La marijuana era più soave quando era con una giusta quantità di principio attivo.
Ora la presenza di una elevata concentrazione di THC amplifica tutte gli effetti e può far male.

Vorrei che la gente sapesse che consumare marijuana in periodi temporali non idonei fa male.
Nell’adolescente non è adatta.
Le persone con disturbi o disagi mentali non devono fumare.

Non si deve guidare dopo aver fumato.
È inutile studiare o fare lavori fini.

Vorrei ma non posso.
E devo scegliere.
Scelgo la sua legalizzazione e non eviterò più di parlarne e sostenerla.

Montefrancesco

Due parole sull'autore

Giuseppe Montefrancesco

Dal 2004 è Direttore Scientifico del “Centro Studi sulle Dipendenze Patologiche” (Ce.S.Di.P.) presso il Dipartimento di Farmacologia “G. Segre”. Dal 2011 è Responsabile della Unità Operativa “Prevenzione Dipendenze Patologiche” della Azienda USL 7 di Siena.

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