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The Drug Side of a Trip: Portugal

Parte 1 – Benvenuti a Lisbona Agosto 2012.

Tre vecchi amici poco più che ventenni. Avevamo scelto il Portogallo come spazio di un viaggio senza meta. Dieci giorni a disposizione per rincontrarci. Ritrovarsi e perdersi in un solo movimento. L’immaginario che ci spingeva a cliccare su quel volo era sfocato ma molto seducente.C’era il desiderio dell’altrove, di una terra sconosciuta a tutti e tre, ma non solo questo.C’erano anche il vento atlantico, la periferia del progresso europeo, il caldo, la metropoli di vicoli, le potenti note del Fado, il vivere con poco, l’oceano. Nessun racconto o preconcetto invece sulla cultura giovanile del posto, sulla diffusione di sostanze e su ciò che si usa chiamare divertimento.

Non importava. Fumiamo principalmente erba, sostanza globalizzata: non c’è da pensarci troppo prima di partire.

Pochi giorni dopo quel clic, all’alba, eravamo alla fermata della metro Baixa/Chiado. Lisbona.
Le stradine del centro accompagnavano il nostro risveglio rispondendo stancamente alle prime luci del giorno. Un’accoglienza intima e soffusa dopo una notte di viaggio. Quando il sole era ormai alto e il blu scomparso dal cielo, entravamo dall’arco di Rua Augusta a Praca do Comercio: la grande piazza sull’estuario del Rio Tejo, dove i gabbiani recano odor d’oceano e il respiro è ampio e va lontano. La luce era accecante, la prospettiva degli edifici ci muoveva verso l’acqua.
In quell’orizzonte così aperto, un uomo con l’abito scuro veniva lentamente verso di noi. Ad ogni passo nella piazza vuota si palesava un dettaglio: un vecchietto dalla pelle d’ebano, con la barba folta e ordinata, bianchissima, vestito di un’eleganza povera e accurata, ci sorrideva. Avanzava flemmatico, le braccia lungo i fianchi, le mani… I palmi erano rivolti verso di noi, si aprivano e si chiudevano a intermittenza rapida. Il gesto era seguito da una smorfia ammiccante. Assurdo. Quel vecchio gitano stringeva in un pugno una bustina dal contenuto verde e nell’altro un oggetto scuro, marrone. Con quello strano gesto voleva mostrarceli: stava cercando di offrirci hashish e marijuana alle sette e mezza di un mercoledì mattina, con simpatica disinvoltura tra la monumentale autocelebrazione di una piazza europea.
D’istinto deviammo leggermente la nostra traiettoria, evitandolo. Dopo pochi secondi di confusione lo seguimmo decisi a contrattare il prezzo. Ci portò dietro l’angolo di un edificio storico e con i modi frettolosi dello spacciatore di strada, abile a mescolare fermezza e velocità con ansia velata, ci lasciò la busta d’erba e il tocco di fumo per poche decine di euro.

Benvenuti a Lisbona.

Qualche ora più tardi, nel momento di siesta, abbandonati sulle scale di un vicoletto, il gran affare si rivelò un pacco: l’erba era tè verde di scarsa qualità, l’hashish era una sostanza inodore, simile ad un composto di terriccio lusitano e copertone Bridgestone. Incredulità diffusa, risate, tutto nel cestino. Alcuni giorni dopo avremmo appreso che i navigati tea-pusher del quartiere Baixa sono celeberrimi per le loro sole e soprattutto che sono soltanto la faccia più visibile e folkloristica di una cultura delle sostanze molto complessa.
Non sapevamo ancora delle smart drug, degli smart shop e delle spice. Non avevamo ancora incontrato Carlos “il carregado” e i ragazzi della Ninja, né eravamo stati al Bairro Alto o a Coimbra. Non avevamo ancora fumato qualcosa di decente. Del resto eravamo appena arrivati…

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