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I cellulari hanno una��anima.

Riporto un breve racconto sui cellulari.
Non ho mai saputo come ben discorre su questo argomento. Mi sembra ci sia sempre un poa�� di piA? in quell’oggetto e mi interessa la vita che consente.
Pare un microfono dove A? facile cantare o dire poesie. Comunque parlare a qualcuno.
Ho inventato quanto riporto perchA� volevo dire di tutte le volte che ho visto sorridere la gente per strada ad uno che era di lA�. ChissA� dove, ma di lA�.
In quella piccola porta passa il senso di parole a metA�; metA� le dice la��uno e la��altra metA� non si sente.
Ognuno fa il suo teatro e lo recita con serietA�. Io ne apprezzo solo una parte, una metA� molto spesso poco comprensibile. Ma la conversazione ca��A? di sicuro. Misteriosa, preoccupata; felice o di poco conto.
Non desidero parlare di dipendenza, di afflizione o di inganno.
Voglio recuperare la��umanitA� che ca��A? nei nostri gesti o almeno nelle nostre intenzioni.

La storia:
a�?..per dare chiaro segnale che il rapporto tra noi due era definitivamente cessato mi aveva fatto consegnare da un suo amico il cellulare con cui avevamo conversato per anni.
Quel cellulare era il posto delle parole in assoluta franchezza perchA� nessuno sapeva il suo numero o della sua esistenza. Quando squillava mi chiamava certamente lui.
Non era il cellulare di lavoro, come aveva raccontato a chi chiedeva di quel doppio; era il cellulare con cui lui mi lavorava il cuore.
Con quella��aggeggio io sentivo la sua voce, si materializzava la sua esistenza, i desideri si allertavano e la libertA� compariva chiara per noi due, nella confusione del resto del mondo.
Invece ora il suo amico mi restituiva un corpo morto, un cadavere cosA� come A? vero che i parenti cercano e chiedono il corpo del defunto perchA� allora sanno con certezza che egli A? morto. E finchA� non hanno la materia non possono fare il funerale.
Lo strazio della��eventuale e talora necessario riconoscimento A? superato dalla certezza che il fatto A? tutto compiuto, non vi sono piA? dubbi e ognuno puA? avere il tempo di immaginarlo ancora vivo o come era.
Forse ci si chiede come poteva essere accaduto, forse chi la��aveva ucciso.

A me il cellulare, come cadavere inopportuno, mi era stato restituito in fretta; appena due parole da parte del suo amico che, volendo aggiungere un minimo di partecipazione attiva al doloroso momento, aveva accennato ad un suo parente con problemi di cuore in ospedale. CioA? siamo tutti disperati, come te.
Qualche secondo per queste parole e una faccia quasi affranta. Poi via.

In mano avevo una busta che conteneva la��oggetto ma non era un grande sacco scuro di plastica; era bianca, di giusta misura e portava la pubblicitA� di una marca di biancheria molto usata. Uno sfottA?, ho pensato; mettere quel cellulare in un posto che aveva portato mutandine mi sembrava senza rispetto. Meglio niente o nel suo scatolino come quando si acquista al negozio.
Oppure voleva darmi un qualche consiglio del tipo a�? Vedi dove A? andato a finire, laggiA? dove muoiono tutte le passioni. Quindi fattene una ragione e ciaoa�?.
Ho buttato via la busta sacrilega in un cassonetto e mi sono portato via il resto.

Ogni tanto guardo quella��oggetto. Ea�� proprio morto, silenzioso, nero.
Io non voglio dargli una nuova vita; sarebbe semplice tecnicamente.
Non voglio riaccenderlo
Invece lo metto in piedi e sembra una lapide di marmo.
Voglio che rimanga quello che era.
Non posso usarlo come nuovo; dentro ca��era lui.
La��aveva toccato tante volte, mi aveva parlato, avrA� fatto tutte quelle facce giuste per quello che ci dicevamo. Un selfie mai.a�?

ComprerA? un nuovo cellulare e con quello troverA? un nuovo amore.
Poi me lo terrA? in tasca, nella borsetta o quando sono in bagno che mi sembra piA? intimoa��.a�?

Monte

A�

 

 

 

 

 

Una replica a “I cellulari hanno una��anima.”

  1. admin ha detto:

    Gli oggetti hanno un’anima? No, se non quella nostra che pensiamo di depositarvi. Pensieri, affezioni, credenze. Tutto ciò che ci sopravanza, e che ci ingombra senza che riusciamo a sbarazzarcene, lo depositiamo negli oggetti. Le nostre case sono piene di oggetti, alcuni sono solo strumenti di lavoro, come ad esempio un cacciavite, altri, come ad esempio una tazza, possono avere una valenza in più oltre a quella di contenitore, ci siamo affezionati per il colore, la forma e la consistenza. Pensiamo a una foto, pensiamo a un gioiello, pensiamo ai ricordi di viaggio, ai regali per le ricorrenze, pensiamo a un totem, pensiamo a un crocefisso o alla palma pasquale che viene conservata tutto l’anno e poi bruciata e non gettata nella spazzatura, pensiamo agli amuleti, o alla coperta di Linus o alla bambola di Lenuccia. Pensiamo alle collezioni. Ma forse l’esempio più calzante è un diario. Un oggetto in cui è raccontato il nostro mondo interiore e esteriore. O ad un libro? No, neppure loro hanno un’anima. Come non ce l’hanno radio e televisori. Oppure pensiamo a cos’era per Turing adulto il suo Cristofer, la macchina di Turing, il primo prototipo di computer come viene raccontato nel film Imitation games, e ci troviamo a riflettere sul tentativo di realizzare robot capaci di tenere compagnia e svolgere compiti di cura con una persona anziana, come una badante. E allora questi oggetti avranno un’anima? No, eppure…
    In una casa, o su un luogo di lavoro, gli oggetti rispecchiano l’anima del padrone, raccontano frammenti di vita vissuta.
    Ma l’anima non è negli oggetti, l’anima è quella del proprietario o di chi ne fa le veci.
    Sull’oggetto trasferiamo la nostra visione estetica ed etica, la nostra storia, gli oggetti parlano questo linguaggio, a ognuno è dato allestire il museo della propria vita.
    Questo eccesso di senso che riversiamo sugli oggetti può degenerare in una forma di dipendenza, sono gli accumulatori seriali e genera il clutter ambientale. Poi ci sono i feticisti, e così via con le varie psicopatologie legate agli oggetti, segni di psicosi o di nevrosi che in piccole dosi, oscillando tra gioco e sofferenza, sono in ciascuno di noi.

 

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