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Dott. Giuseppe Montefrancesco
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“Funghi magici” e attività cerebrale.

Nonostante una lunga storia di utilizzo nelle cerimonie di guarigione, in riti tesi all’espansione della mente ed “all’apertura di porte della percezione”, le sostanze allucinogene presenti nei “funghi magici” sembrano provocare al contrario diffuse diminuzioni dell’attività cerebrale, secondo quanto riportato da alcuni ricercatori e pubblicato negli Atti della National Academy of Sciences USA (Carhart-Harris RL et al. 2012). La psilocibina, la cui azione è dovuta all’attivazione dei recettori della serotonina, E stata apprezzata per secoli per la capacità di indurre esperienze mistiche ma essa presenta anche un potenziale valore terapeutico in varie patologie psichiatriche.

In uno dei pochi studi di questo tipo, David Nutt, un neuropsicofarmacologo che lavora presso l’Imperial College di Londra, insieme ai suoi collaboratori ha usato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per monitorare i cambiamenti nell’attività cerebrale che si registrano durante la transizione dalla coscienza normale allo stato psichedelico indotto dalla psilocibina. Lo studio è stato effettuato reclutando 30 volontari, tutti individui esperti nell’uso di sostanze allucinogene, e scansionato il loro cervello due volte: una volta dopo che ai partecipanti era stato somministrato un placebo (solo acqua e sali) ed un’altra volta dopo iniezione di una piccola dose di psilocibina, che, in pochi secondi, ha innescato un breve “viaggio”. E stato quindi osservato che, nonostante si ritenga comunemente che le sostanza psichedeliche “aumentino l’attività cerebrale”, la psilocibina causa in effetti un rallentamento di attività in aree dotate di connessioni più dense, soprattutto a livello della corteccia mediale pre-frontale (mPFC) e la corteccia cingolata anteriore e posteriore (ACC e PCC, rispettivamente). Le scansioni hanno mostrato una riduzione delle connessioni funzionali tra il mPFC e PCC, in modo che la loro attività, normalmente sincrona, è risultata “de-sincronizzata”. Nel 1954, lo scrittore Aldous Huxley (che aveva notoriamente sperimentato sostanze psichedeliche) nel suo libro “Le porte della percezione”, suggeriva che le droghe producessero un diluvio sensoriale attraverso l’apertura di una sorta di “valvola di riduzione” nel cervello, deputata in condizioni normali alla limitazione delle nostre percezioni. In accordo, Karl Friston del University College di Londra” sosteneva che il cervello, per permettere una migliore rappresentazione del mondo, funzionasse attraverso una limitazione delle nostre esperienze percettive.

Le nuove scoperte sembrano in accordo quindi con l’idea che queste sostanze abbiano una qualche attività modulante su queste funzioni di repressione. Nutt e collaboratori suggeriscono che i loro risultati potrebbero spiegare alcuni degli effetti terapeutici della psilocibina. La depressione comporta iperattività nei mPFC, che porta alla visione pessimistica ed al rimuginare patologico caratteristico della condizione, così la disattivazione della mPFC potrebbe alleviarne i sintomi. Gli autori hanno anche osservato una riduzione del flusso di sangue a livello ipotalamico, suggerendo che questo potrebbe spiegare alcuni resoconti aneddotici secondo i quali le sostanze psichedeliche allevino i sintomi della cefalea a grappolo, che A? associata ad una aumentata attività ipotalamica. Dott. Alfredo Orrico