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L’ottica neurocentrica nella prevenzione della dipendenza alimenta lo stigma

Fu nel 1997, con un articolo pubblicato dal direttore del National Institute on Drug Abuse (NIDA) Alan Leshner, che venne definita,A�per la prima volta, la dipendenza come una “malattia cerebrale cronica e recidivantea�? e ciA? era sostenuto da evidenze biologiche sugli animali. Negli anni successivi, nuove ricerche scientifiche hanno avvalorato questo modello di riferimento. Con l’ausilio delle tecniche di imaging di ultima generazione utilizzate dalle neuroscienze A? stato infatti evidenziato come si innesca biologicamente la dipendenza e si modifichino determinate aree cerebrali.

Tuttavia, queste scoperte sono state a�?esageratamentea�? validate e promosse dai media e nella popolazione in generale. NonchA�, la prevenzione e la cura non hanno avuto da questo modello, nessun vantaggio. A dirlo A? stato il professor W. Hall, dell’ University of Queensland e i suoi collaboratori i quali hanno passato in rassegna tutti gli studi pubblicati di neuroimaging e genetici applicati al campo della dipendenza, concludendo che il modello della malattia del cervello applicato alle dipendenze non ha il supporto scientifico previsto, e che con la sua elevata “popolaritA�” alimenta lo stigma.

Nello specifico:
a�? Nonostante il notevole valore scientifico della ricerca neurobiologica e genetica essa non A? ampiamente giustificata da esperti delle dipendenze nel campo sociale, economico ed epidemiologico, i quali dimostrano che la dipendenza A? un problema multifattoriale.A�Pertanto i fattori neurobiologici non dovrebbe ricoprire un ruolo cosA� prominente nelle politiche pubbliche di prevenzione e d’intervento.
a�? Le neuroscienze hanno fornito prove fondamentali a sostegno del ruolo importante di alcuni fattori, quali, il processo decisionale, la motivazione e il controllo degli impulsi. Questi studi hanno potuto dimostrare che l’uso cronico di una droga puA? alterare i processi cognitivi, motivazionali del controllo del comportamento. Tuttavia le scoperte neuroscientifiche dovrebbero essere maggiormente integrate con l’economia, l’epidemiologia, la sociologia, la psicologia e la politica.
a�? Il modello della a�?malattia del cervelloa�? non ha aiutato lo sviluppo di trattamenti efficaci per la dipendenza e il suo impatto A? stato modesto nelle politiche di salute pubblica. Esso ha causato un determinismo biologico, che ha provocato un maggiore auto-stigma, senso di colpa, e senso di impotenza, che ha impedito l’accesso della popolazione ad altri trattamenti psicosociali e farmacologici che si sono dimostrati efficaci.

In sostanza, gli autori avvertono che promuovere fortemente nei mass media o nella comunicazione della salute questo modello, non aiuta lo sviluppo dei trattamenti per la dipendenza, ma che piuttosto ostacola lo sviluppo di altre aree di intervento. E che pertanto la dipendenza dovrebbe essere comunicata come un “disordine biologico, psicologico e sociale complessoa�? e affrontabile da piA? punti di vista.A�A conclusione di ciA? possiamo dire che la visione neurocentrica applicata alla promozione della salute non basta ma deve essere contestualizzata all’interno di un modello biopsicosociale.A�Ed A? questo che va maggiormente comunicato alla popolazione.
Ma ciA? deve avvenire anche nella prevenzione e nella cura che, come sostiene da sempre il Dr. Montefrancesco, a�?nella dipendenza vanno sempre presi in considerazione questi tre aspetti: persona, sostanza e circostanza.a�?

MISURA A�Questionario sulla��auto-pregiudizio e la richiesta di aiutoA�

Aimone Pignattelli

Fonti:
– Hall, W., Carter, A., Forlini, C. (2015). The brain disease model of addiction; is it supported by the evidence and has it delivered on its promises. Lancet Psychiatry, 2, 105-110
– NIDA, Drugs, Brains & Behavior a�� The Science of Addiction, 2007.

 

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Due parole sull'autore

Aimone Pignattelli

Psicologo, esperto nella relazione di aiuto per le marginalità sociali, giornalista pubblicista.

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