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La dipendenza come malattia del cervello: perchA� A? cosA� controversa?

Recentemente, il Prof. Wayne Hall,A� direttore del Centro di ricerca per l’abuso di sostanze negli adolescentiA� della University of Queensland, intervistato sul valore del modello della tossicodipendenza come malattia del cervello ha sostenuto che esso non A? supportato da evidenti risultati sugli animaliA� o neuroradiologici, che tale modello non ha aiutato a fornire trattamenti piA? efficaci e che il suo impatto sulla salute pubblica A? stato modesto.

A controbattere a queste dure affermazioni sono stati Nora Volkow e George Koob, rispettivamente ricercatori dell’Istituto Nazionale sull’Abuso di Droghe (NIDA) e dell’Istituto Nazionale sull’Abuso di Alcol e Alcolismo degli Stati Uniti, i quali sostengono che ciA? non A? vero e ci sono prove che lo dimostrano.

In primo luogo, affermano i ricercatori, studi clinici e pre-clinici hanno delineato con forte evidenza gli specifici cambiamenti sia A�molecolari che della funzionalitA�A� che avvengono a livello dei circuiti sinaptici attivati dalla ripetuta esposizione alle droghe.Questi risultati, insieme alle ricerche in corso, ci aiutano a capire i processi neurobiologici che si associano alla perdita di controllo, all’assunzione compulsiva della sostanza, al comportamento statico e ai negativi stati emotivi che si associano alla dipendenza.
In secondo luogo, le scoperte dei bersagli molecolari e dei circuiti sottostanti la dipendenza, hanno consentito la sintesi A�di diversi farmaci efficaci (naloxone e acamprosato per l’ alcolismo, buprenorfina-naloxone per la dipendenza da oppioidi, e vareniclina per la dipendenza da tabacco). Sono in corso inoltre numerosi studi clinici che proprio attraverso tali conoscenze lavorano per testare nuovi farmaci efficaci.Le ricerche di questo tipo hanno A�inoltre fornito la base per l’uso di tecniche di stimolazione, come ad esempio la stimolazione magnetica transcranica o la stimolazione diretta transcranica, entrambiA� utili per rafforzare iA� circuiti cerebrali compromessi dalla dipendenza, con risultati promettenti.
Lo stesso modello di malattia ha altresA� fornito ai medici un quadro di riferimento per condurre interventi comportamentali mirati a rafforzare i circuiti deteriorati (per migliorare l’autocontrollo, ridurre lo stress, migliorare la reattivitA� e l’umore).
In terzo luogo, l’affermazione che gli effetti di questi studiA�hanno avuto un modesto risultato in materia di salute pubblica non A? vera in quanto alcuni risultati importanti ci sono stati, come l’approvazione nel 2008 della legge sulla paritA� tra salute mentale e tossicodipendenza (Mental Health Parity and Addiction Equity Act of 2008 ) che richiede, per la prima volta negli USA, la��assicurazione medica per coprire i costi connessi con il trattamento della dipendenza, come avviene per la salute mentale.

InoltreA�la��inquadramento della tossicodipendenza come malattia cerebrale ha fornitoA� benefici al percorso terapeuticoA� in quanto ha ridotto notevolmente lo stigma associato ad essa e ha dato speranza per la guarigione di questa malattia devastante.
Siamo d’accordo che nella dipendenza, come avviene per qualsiasi altra condizione medica, esiste una dimensione di gravitA� (presenteA� nella classifica del DSM 5 recentemente rivisitata A�sui disturbi da uso di sostanze), e che solo una piccola percentuale di quelli con un disturbo da uso di sostanze rientrano nella categoria piA? severa. Tuttavia, non si comprende perchA� questo fatto dovrebbe negare il valore dato al modello della malattia. E’ proprio la ricerca di base, secondo questo modello, che sta aiutando a capire la dimensione della gravitA� e i meccanismi alla base del passaggio da una lieve ad una grave dipendenza.
Questi meccanismi, tra la��altro, potrebbero consentirci un giorno di sviluppare interventi che invertono questo processo e riuscire ad A�identificare le persone che sono piA? a rischio di passare verso forme gravi di quando esposti a droghe,

Similmente, come per qualsiasi altra malattia, il maggiore impatto sullaA� popolazione A? derivato da interventi che impediscono prima di tutto A�lo sviluppo della malattia. Come ad esempio nel caso del cancro, la prevenzione del fumo sarebbe un esempio che connota la prevenzione della dipendenza da nicotina. La ricerca traslazionaleA�(A�medicina traslazionale A�trasferisce in modo rapido le nuove conoscenze dalla scienza di base a quella biomedica in modo da generare applicazioni diagnostiche e terapeutiche avanzate ) A? un potente ed efficace strumento di prevenzione. Capire come la genetica, lo sviluppo e i fattori ambientali (compresi quelli sociali) influenzino la vulnerabilitA� per i disturbi da uso di sostanze aiuta a sviluppare le migliori strategie di prevenzione, particolarmente per quelli a piA? alto rischio per i quali le strategie di prevenzione universali non sono efficaci.
Per esempio se negli USA le campagne di prevenzione hanno determinato la riduzione di piA? del 50% del fumo, da��altra parte tutto ciA? non ha, al contrario, ridotto questa dipendenza nel 18-20% di coloro che sono molto piA? sensibile ai suoi effetti.

Allora perchA� nonostante tutte le prove scientifiche, il modello cerebrale della dipendenza A? cosA� criticato?
Forse a causa delle aspettative della gente secondo le quali, la scienza dovrebbe tradursi subito in soluzioni che non si sono ancora concretizzate per la dipendenza, come per la maggior parte delle altre patologie del cervello. Tuttavia, il valore della ricerca di base in malattie come il morbo di Alzheimer o la schizofrenia non sonoA� mai state messe in discussione, e ciA? porta a riflettere se la difficoltA� A�non sia dovuta alla difficoltA� di accettare una malattia che distrugge, danneggia i circuiti neuronali e soprattutto compromette la nostra capacitA� di esercitare il libero arbitrio.
La dipendenza A? una malattia complessa come complesso A? il cervello; ignorare A�questo fatto significa ostacolare gli sforzi per trovare soluzioni efficaci attraverso una completa e sistematica comprensione dei fenomeni sottostanti.

Nora Volkow D, George Koob Brain disease model of addiction: why is it so controversial?, Lancet, 2015; Vol 2: 677-678
Wayne Hall, Adrian Carter,A�Cynthia Forlini The brain disease model of addiction: is it supported by the evidence and has it delivered on its promises? The Lancet Psychiatry Published Online:A�11 December 2014 A�A�

Traduzione a cura di Aimone Pignattelli

Due parole sull'autore

Aimone Pignattelli

Psicologo, esperto nella relazione di aiuto per le marginalità sociali, giornalista pubblicista.

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