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Il 1644 A? morto. Gabriella infermiera

Il 1644 A? morto.

Tra il nA� 20 e il nA� 1968 c’A? il 1644 ed A? morto.
Numeri, ad ogni numero corrisponde un viso, una storia, un dolore, una famiglia assente o presente, un amico, uno spacciatore, un debito, un buco nero che viene riempito con un’illusione, breve ma consolatoria.

Il 1644 A? morto.
Numeri che mi passano davanti ogni giorno, che quando entrano in ambulatorio portano sempre qualcosa. Chi la rabbia da vomitarti addosso, chi l’ansia dentro le mani tremanti mentre si portano alla bocca il bicchiere pieno di metadone, chi quella indescrivibile sensazione di vivere fuori dal mondo e di non curarsene, chi l’indifferenza, chi il disprezzo, chi i figli che li accompagnano e che vedo crescere.

Il 1644 A? morto.
Qualche numero chiede aiuto, con qualcuno di questi numeri questa richiesta d’aiuto glieli devi strappare dalla gola, con qualcuno devi saper aspettare che arrivi da sola, con qualcuno devi far finta di non vederla, con qualcuno devi alzarti dalla scrivania e andare ad abbracciarlo, con qualcuno devi incazzarti e fargli male.
Numeri che quando sono stanca e delusa sono solo numeri e dare il metadone diventa come al bar: lo vuoi e io te lo do, non mi importa quanto, anche tutto se potessi… cosA� non ti vedo per un po’, non m’ importa se ti ci fai sopra, non m’importa se te lo spari in vena, non m’importa se te lo vendi per comprarti una dose. Non m’importa.

Il 1644 A? morto.
Numeri senza genitori che li possono aiutare perchA? non sanno o fanno finta di non sapere, numeri che ai genitori hanno completamente delegato la vita, che tengono legati a se per paura di vivere, la stessa dipendenza che si ripete attraverso i fili annodati stretti dell’amore.

Il 1644 A? morto.
E anche loro, i genitori, obbligati a ricordarsi il numerino a cui corrisponde il figlio, vengono a prendere il metadone perchA? cosA� gli permettono di andare a lavoro, o solo di lasciarlo a dormire nel letto, portano a controllare le urine, assistono alle loro pisciate, o stanno dietro le porte del bagno sperando di non essere fregati, o sperando di essere fregati per non mettere mano, per non imporsi, per non umiliare, per non vedere.
Entrano in ambulatorio e anche loro portano sempre qualcosa. Chi la disperazione, chi la
rassegnazione, chi l’impotenza, chi la speranza e tutti, tutti negli occhi lo stesso dolore. Ed io ogni volta ringrazio il cielo di stare dall’altra parte della scrivania, perchA? anch’io ho un figlio, un figlio che amo sopra ogni cosa, come i genitori che mi stanno davanti. Un figlio che mi dice che spaccio droga di stato, che il mio lavoro A? inutile, che i sert sono controllo sociale, che chi vuole smettere di farsi smette da solo.
E’ giovane, e come ogni giovane non sa che le rughe si fanno sempre piA? profonde intorno alle labbra dei genitori, con il passare dei mesi e poi e poi degli anni.

Il 1644 A? morto.
Io il 1644 non lo conoscevo, non l’ho mai visto, prendevo le sue urine e le controllavo a�? pulite o sporche, la sua privacy A? sempre stata tutelata, non A? mai venuto al sert, ma quando il suo medico mi ha detto con la voce strozzata dal pianto:… il 1644 A? morto, non l’ho salvato a�� non l’ho salvato… non l’ho salvato… ho pianto.
Ho pianto per lui, per la sua famiglia, per il suo medico, per tutti gli altri numeri che mi passano davanti e a cui tutti i giorni dedico il mio lavoro per come posso.

Il 1644 A? morto, A? morto quel numero nel computer di un sert.
Quel ragazzo, quel ragazzo nascosto dietro quel numero A? ancora vivo, vive nel cuore di tutti noi.

 

Gabriella infermiera e tutti gli operatori del sert.

 

tags: #Ser.T.

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