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Dott. Giuseppe Montefrancesco
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L’amore dipendente

“E’ paradossale che questa area dell’esperienza umana, oggetto di un’intensa e continua attenzione da parte della letteratura, delle arti, sia stata così poco studiata dai ricercatori”
J. M. Davidson

Le sostanze e i comportamenti verso cui l’essere umano può sviluppare dipendenza sono molteplici: dal tabacco, all’alcol, alla droga, allo shopping, al cibo sino all’amore altrui.
Nella dipendenza affettiva (DA) , che fa parte di quelle che vengono nominate dipendenze senza sostanza, l’oggetto della dipendenza è un altro individuo. Potremmo dire che la DA è caratterizzata dal bisogno persistente e imprescindibile di creare e mantenere un legame con l’altra persona fino a sviluppare un attaccamento forte e a vivere la relazione nel terrore di essere abbandonati. La DA presenta le caratteristiche tipiche delle dipendenze in generale. Infatti il soggetto vive emozioni positive, stato di appagamento e euforia in presenza dell’altro; quando va incontro alla tolleranza la persona ha bisogno di un contatto con il partner sempre maggiore per poter provare il medesimo stato di benessere. Al contrario i sintomi negativi dell’astinenza si presentano quando l’altro è assente. Chi soffre di DA può essere soggetto alla perdita di controllo causata dalla distorsione cognitiva delle distanze interpersonali, inoltre non è raro che sviluppi altri tipi di dipendenze sia da sostanze come alcol che comportamentali come cibo. Nella DA il rapporto affettivo che vede uniti i due partner è totalmente asimmetrico perché uno dei due amanti impiega risorse e energie per soddisfare i bisogni del compagno/a, senza che venga riconosciuta l’importanza e la necessità delle proprie esigenze dall’altro. La persona affetta da DA ricerca in modo costante il contatto con l’amato per appagare il suo desiderio totalizzante di “fondersia” con l’altro; non riesce a pensarsi come individuo a se stante, ha serie difficoltà nel vivere serenamente i rapporti sia di amicizia che con i familiari perché incessantemente guidato dal desiderio di possesso, dall’ansia di separazione e dal terrore di un possibile abbandono. Infatti il soggetto con DA pone precise e costanti pretese affettive al partner non sentendosi mai amato in modo adeguato. Queste tipi di richieste possono divenire così persistenti da essere la causa della rottura della relazione. L’ossessione verso l’altra persona può divenire così totalizzante da incidere sul tempo libero, sugli impegni lavorativi e sul benessere psicofisico del soggetto. Da quanto emerso sopra possiamo dire che il profilo psicopatologico del dipendente affettivo è caratterizzato da:

  • disturbi di tipo impulsivo e compulsivo,
  • bisogno eccessivo di controllare il partner e di ricevere attenzione da esso,
  • paura intensa e panico legati al terrore della separazione e dell’abbandono,
  • depressione, insonnia e problemi alimentari,
  • tendenza eccessiva a controllare la relazione, instabilità e distanziamento emotivo,
  • tendenza alla gelosia paranoide,
  • abusi in etè infantile.

E’ bene notare che la DA non si presenta necessariamente all’interno di una relazione di coppia, essa può manifestarsi sia nei confronti di un familiare, esempio un genitore, che di un amico o addirittura di una persona d’autorità (Pistuddi et al., 2010). Secondo lo psicologo Bowlby, i rapporti e le relazioni interpersonali che sviluppiamo da adulti sono “specchio” delle forme di attaccamento di cui abbiamo fatto esperienza nella prime relazioni significative. Egli pone l’accento soprattutto sul legame madre bambino. Sin dal momento della nascita questo rapporto A? caratterizzato da accudimento, abbracci, contatto visivo, tutti elementi che vanno a strutturare il sistema di attaccamento del piccolo. Siccome il senso del sé e i processi di individuazione non avvengono prima dell’adolescenza, se il bambino vive esperienze di rifiuto e di abbandono da parte della madre o del padre può provare emozioni negative che vanno dalla rabbia al sentimento di dolore per l’amore negato. Simili esperienze possono incidere sull’autostima del piccolo che può sviluppare la fantasia di non essere degno dell’amore genitoriale e di dover “combatterea” per meritarselo. Secondo Bowlby gli stili di attaccamento sicuro, ansioso ed evitante che caratterizzano le relazioni adulte sono determinati dalla percezione della qualità del rapporto con la madre. Le persone con uno stile di attaccamento sicuro rammentano di essere stati cresciute da madri sensibili, premurose e accettanti; quelle con stile di attaccamento evitante raccontano di essere stati accuditi da una madre scostante; infine quelle con stile di attaccamento ansioso ricordano la loro madre talvolta accudente tal’altra distaccata, con un comportamento incoerente. Come si evince dal celebre libro dello psicologo Norwood “Donne che amano troppo”, la DA è più comune tra il genere femminile rispetto a quello maschile. Tuttavia non sono rari i casi di uomini dipendenti dall’amore altrui. Norwood (1985) ha trovato nelle famiglie invischiate e disfunzionali, caratterizzate da relazioni fredde e legami deboli, il fattore predisponente per una DA in età adolescenziale o adulta. Spesso i soggetti con DA, sia uomini che donne, sono cresciuti in nuclei in cui non vi sono state figure di riferimento importanti, al contrario con presenza di confusione di ruoli e talvolta hanno subito abusi di tipo emotivo o sessuale. In questo tipo di ambiente il bambino difficilmente può sviluppare un senso di fiducia nell’altro. Pistuddi e colleghi (2010) evidenziano che spesso i dipendenti affettivi non riconoscono di avere un problema e tendono a sottovalutare sia i sintomi che i propri comportamenti, raramente chiedono aiuto allo psicologo. Talvolta si rivolgo al medico per problemi fisici come l’insonnia e solo quando entrano in contatto con lo specialista viene fatta la diagnosi di DA, i cui sintomi riguardano, come abbiamo visto, molte paure come quella di essere abbandonato, di mostrarsi per quello che si è, senso di inferiorità nei confronti del partner, sentimenti di rancore e rabbia, gelosia e possessività, limitazione della vita sociale. La fragilità emotiva e psichica di queste persone è evidente in molti degli aspetti della loro vita. Sono restii nel prendere decisioni personali e preferiscono appoggiarsi a coloro dal quale dipendono, temono la disapprovazione dell’altro per cui non esprimono il loro parere, si sentono a disagio quando non sono in compagnia; se terminano una relazione ne cercano subito una nuova per paura di restare soli, tuttavia vivono nel costante terrore di essere abbandonati. Come è evidente tutte questi emozioni, pensieri e comportamenti non hanno nulla a che fare con l’amore. Nonostante la DA incida profondamente sulla qualità delle relazioni di chi ne soffre, come per altre dipendenze anche da questa si può guarire. Il trattamento psicologico elettivo per la DA è quello cognitivo comportamentale che prevede due momenti importanti: nel primo il soggetto impara a gestire e a controllare le ossessioni e i comportamenti compulsivi; nel secondo il paziente insieme al terapeuta lavora sulla costruzione di relazioni affettive “sane”, guidate dal desiderio di condivisione piuttosto che dal bisogno di possesso e dalla paura dell’abbandono. In questa fase della terapia la persona inizia a concepirsi all’interno di un possibile rapporto equilibrato. Come abbiamo visto molti dei soggetti con DA hanno subito violenza nell’infanzia, sono stati abbandonati, non hanno ricevuto cure appropriate. Le emozioni e i pensieri e legate a queste esperienze traumatiche vengono condivisi e rielaborati cognitivamente in terapia, affinchè la persona possa aprirsi a nuovi stili relazionali e di attaccamento che non ricalchino quelli dell’infanzia.

Riferimenti: Norwood. (1985). Donne che amano troppo. Milano: Feltrinelli. Pistuddi et al. (2010). Dipendenza affettiva. Definizioni e manifestazioni. Mission, 3, 6 – 10.

Dr.ssa Cinzia Di Cosmo