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Dott. Giuseppe Montefrancesco
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Morgan e la cocaina: spettacolo e droga ancora una volta insieme?

Il 2 febbraio il mensile MAX, da molti definito “la più importante rivista italiana di gossip, fashion, moda e attualità cinematografica e musicale”, ha pubblicato l’anteprima di un’intervista, pubblicata integralmente nel numero uscito oggi, al musicista Marco Castoldi, in arte “Morgan”.

L’anteprima è stata subito ripresa dai principali quotidiani italiani ed è stata oggetto, nei giorni scorsi, di un acceso dibattito che ha coinvolto anche esponenti politici (fino alla determinazione, forse collegata ad essi, dell’esclusione del cantante dal prossimo Festival di San Remo) inerente, sostanzialmente, ad una parte dell’intervista in cui Morgan ha dichiarato quanto segue:
“La droga Apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo. Gli psichiatri mi hanno sempre prescritto medicine potenti, che mi facevano star male. Avercene invece di antidepressivi come la cocaina. Fa bene. E Freud la prescriveva. Io la fumo in basi (modalità di assunzione nota come crack, ndr) perché non ho voglia di tirare su l’intonaco dalle narici. Me ne faccio di meno, ma almeno è pura. Io non ho mai conosciuto nessuno che ci sta dentro come me a farsi le basi. Ti sembro uno schizzato? Ne faccio un uso quotidiano e regolare.”

A seguito dell’anteprima pubblicata da MAX, Morgan ha pubblicato una replica dove sostanzialmente dichiara che l’intervista gli è stata “carpita” e che lui pensa esattamente il contrario “la droga fa male, la considero pericolosa e inutile, mi riferivo all’uso che ne facevo in passato come terapia verso la depressione. E certo non mi sognerei mai di divulgare come insegnamento o consiglio per i giovani l’uso di stupefacenti. Forse mi è stata tesa una trappola e ci sono caduto ingenuamente”.

L’intervista in versione integrale ha riportato anche la domanda da cui è nata la “confessione” precedentemente riportata, che alludeva alle testimonianze di molti lavoratori del programma X – FACTOR (dove Morgan è stato per due stagioni una delle figure cardini del format) circa il suo presentarsi agli studi “strafatto“.

Il tema del rapporto tra spettacolo e droga è stato affrontato in molti volumi ed opere editoriali (dalla letteratura al cinema passando per il teatro e il fumetto), ma negli ultimi quarantanni è stato particolarmente esplicitato e nutrito dal mondo della musica (testi e biografie degli autori). La celebre triade Sesso droga e Rock and roll” – che riprende l’antico hendriatis che in latino fu tradotto “Bacco Tabacco e Venere” – fu coniata come tale nel 1977 da Ian Dury cantante punk brittanico, quasi a coronare un’evidenza già oramai diffusa: ovvero la co-presenza nella vita dei musicisti rock dell’epoca di consumo o abuso di sostanze stupefacenti e vita sessuale sfrenata.

Lo stereotipo della rockstar che – a scopo di ricerca personale (come George Harrison), sballo (come spiega qui, con poetica sua, Lemmy dei Motorhead) o di auto-aiuto alternativo alla medicina tradizionale (caso citato da Morgan) – usa, e talora abusa, consumare droghe, riesce ancora oggi a conservare un fascino molto forte nelle giovani generazioni, preservando un qualcosa che rappresenta una delle principali trasversalità della storia del successo musicale per le ultime quattro generazioni.

Da Edith Piaf a Miles Davis, passando per Jim Morrison, Grateful Dead, Rolling Stones, The Beatles e Lou Reed, per finire con i più recenti Guns n’ Roses, Nirvana, Alice in Chains e perfino le “light” Mariah Carey e Britney Spears: è veramente quasi impossibile trovare un nome che è stato ai vertici delle Hitlist mondiali e non ha avuto, chi più chi meno gravemente, a che fare con le sostanze stupefacenti.
Se da una parte possiamo riferire l’esistenza del cliché come un elemento che favorisce, anziché sfavorirla, questa perpetuazione del “problema”, dall’altro è difficile ignorare il dato storico di una grande facilità nell’associare il bisogno di libertà espressiva che sta dietro la composizione e fruizione musicale con l’utilizzo di sostanze che facilitino questa “autoconcessione” di libertà e quindi con le istituzioni che, per contro, tendono a reprimerla o a misconoscerne il carattere costruttivo.

Un ragazzo tossicodipendente, muratore, che conoscevo mi fece un giorno tutta una lezione sui richiami alla cocaina che, da non cocainomane quale ero, non ero riuscito a riconoscere nelle canzoni dei Negrita. In conclusione della “lezione” mi disse una cosa che mi colpì particolarmente: “loro lo sanno cos’è la coca, come lo so io, ma loro ci escono puliti, io no”. A volte non ci escono nemmeno loro, ma in linea generale questo è un ottimo messaggio di comunicazione anti-droga.

L’intervista di Morgan, in ogni caso, si conclude così: “Il suicidio di mio padre? Lasciamolo in pace… Mi dispiace tanto, poverino… È stata la depressione, problemi di soldi. Sicuramente la depressione è nata quel giorno. E anche la mia follia […]. Sai cosa mi salva veramente? Mangio un sacco di frutta…”.

Francesco Sanna