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dott. Giuseppe Montefrancesco

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Dott. Giuseppe Montefrancesco

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La dannazione degli oppiacei, quei cattivi ragazzi.

Per riassumere le informazioni da più fonti ho utilizzato l’AI (Intelligenza Artificiale, ChatGpT).
Ho controllato quanto la stessa ha “sintetizzato” dalle fonti bibliografiche che ho fornito e non dall’AI  “autonomamente” cercate e lavorate.

Giuseppe Montefrancesco

In breve
Nel corso della mia attività clinica ho lavorato prevalentemente con persone dipendenti da oppioidi, accompagnandole attraverso trattamenti con metadone o buprenorfina che hanno consentito a molti di evitare l’overdose e recuperare una vita relativamente stabile.
Da questa esperienza nasce una riflessione complessa sugli oppiacei: sostanze indispensabili nella medicina del dolore ma anche capaci di produrre una dipendenza devastante. L’autore sottolinea come le semplici spiegazioni sui rischi non siano sufficienti a prevenire le dipendenze, perché chi utilizza oppioidi ricerca effetti profondi e potenti che superano la paura delle conseguenze negative. Per questo sceglie di descrivere non solo i danni, ma anche le ragioni intime e seducenti del loro utilizzo.

Gli oppioidi hanno avuto un ruolo fondamentale nella storia umana grazie alla loro capacità di controllare il dolore acuto e cronico, soprattutto in ambito oncologico e perioperatorio. Tuttavia, il loro uso non si limita alla funzione terapeutica: molte persone cercano negli oppiacei un’esperienza di benessere assoluto e di anestesia emotiva. L’eroina, esempio emblematico, produce analgesia, intensa gratificazione e un senso di beatitudine fisica e psichica che allontana l’individuo dagli affanni della vita quotidiana. L’esperienza viene descritta come una sorta di sospensione del dolore e delle preoccupazioni, tanto intensa da risultare unica e difficilmente abbandonabile. L’autore osserva con rispetto coloro che riescono a interrompere questa relazione di dipendenza, considerandoli persone dotate di straordinaria forza motivazionale.

Accanto agli effetti ricercati, gli oppioidi presentano numerosi effetti avversi. Tra questi vi sono stitichezza, nausea, vomito, sedazione, alterazioni cardiovascolari, prurito, convulsioni e disturbi dell’umore. Il rischio più grave resta però la depressione respiratoria, principale causa di morte in caso di overdose, che conduce ad arresto cardiorespiratorio e insufficiente ossigenazione cerebrale. In questi casi il naloxone rappresenta l’antidoto di scelta, anche se la diffusione di oppioidi sintetici estremamente potenti, come il fentanyl e i suoi analoghi, rende talvolta insufficienti i dosaggi tradizionali. La crescente presenza di sostanze sintetiche, spesso prodotte clandestinamente e mescolate ad altre droghe, ha aggravato la crisi mondiale degli oppioidi, responsabile di milioni di casi di dipendenza e di un numero crescente di decessi.

Il testo affronta anche le prospettive della ricerca scientifica, orientata allo sviluppo di nuovi analgesici capaci di separare l’effetto antidolorifico da quello depressivo sulla respirazione.
In particolare viene descritto il DFNZ, un composto derivato dalla famiglia dei nitazeni. Negli studi preclinici questo oppioide sintetico ha mostrato un’elevata efficacia analgesica senza provocare depressione respiratoria, tolleranza significativa o sintomi importanti di astinenza. Pur mantenendo un certo potenziale di gratificazione, il farmaco sembra indurre un aumento graduale della dopamina, diverso dai rapidi picchi associati alle dipendenze più severe. Secondo i ricercatori, il DFNZ (N-desethyl-fluornitrazene) potrebbe rappresentare una nuova generazione di oppioidi più sicuri, utili sia nel trattamento del dolore sia nella cura del disturbo da uso di oppioidi.

In conclusione, l’autore descrive gli oppioidi come “cattivi ragazzi” inevitabilmente ambigui: sostanze spesso indispensabili e quasi miracolose contro il dolore, ma al tempo stesso capaci di trascinare nella dipendenza e nella morte. Proprio questa contraddizione rende il rapporto con gli oppiacei una delle questioni più difficili e drammatiche della medicina contemporanea.

Per esteso
Raramente ho descritto gli oppioidi malgrado la mia attività clinica principale sia stata proprio con pazienti che abusavano di queste sostanze.
La totalità di costoro ne era dipendente e abbisognava di agonisti oppiacei, ad es. metadone o buprenorfina, per avere esistenze pressoché normali e soprattutto non andare in overdose.
Abbiamo salvato molte vite. Di aver fatto tutto questo è motivo di mio personale orgoglio.
Molto spesso mi capita di incontrare i miei passati pazienti. Ci salutiamo con affetto e una certa confidenzialità, come di chi ha avuto un segreto intimo.

La distribuzione di metadone o di altro era accompagnata sempre da grandi consigli, forse da spiegazioni lunghe e noiose. Un paziente mi ringraziò ma alla fine del colloquio aggiunse anche che io non capivo. Non capivo che se la descrizione dei numerosi effetti collaterali fosse stata sufficiente e convincente non avremmo avuto il fenomeno delle dipendenze, e non solo da oppiacei.
Vorrei tentare ancora una volta di offrire una “breve” narrazione di cosa può accadere con il loro uso che, in realtà, può interessare sia chi è giunto alla dipendenza per occasioni o “curiosità ludiche” sia chi ne è divenuto dipendente a seguito di necessità trattamentale.
La descrizione spero serva anche a coloro i quali non hanno mai fatto uso di questi farmaci.

Quindi mi avvio.
Come è noto valore clinico degli oppioidi nella gestione del dolore acuto e cronico è ben consolidato.
Secondo mio personale giudizio, tutta la vicenda umana sarebbe stata differente se un qualche  divinità misericordiosa non ci avesse fatto il grande dono dell’oppio, ovvero dei suoi derivati. Il controllo del dolore è stato fondamentale.
Malgrado la miriade di effetti avversi ben noti e temuti, gli oppioidi rimangono però centrali nella gestione del dolore da moderato a grave, in particolare del dolore perioperatorio acuto e del dolore cronico oncologico e non oncologico.
E’ chiaro che la vicenda degli oppioidi non è stata solo come presidio al dolore ma anche potentissima spinta alla sperimentazione di un benessere unico e dannato.
Sia i primi che i secondi possono averne conseguenze negative o esiti fatali.
Prima ancora dei tanti effetti negativi degli oppiacei, mi sembra fondamentale “palesare” (ho usato questo termine per esporre con sincerità le “peccaminose” ragioni del suo utilizzo) gli altrettanto moltecipli effetti ricercati e desiderati. Senza questi non avremmo avuto problemi con gli oppiacei.
Porto in esempio cosa accade con l’eroina, rappresentante principe degli oppiacei abusati, se pure attualmente in concorrenza con oppioidi sintetici di elevatissima potenza.

Gli effetti principali (e ricercati) dovuti all’eroina sono:
– analgesia per interferenza con la percezione del dolore;
– modificazione del sistema del piacere o della gratificazione con straordinario aumento di questo.
–  attenuazione assoluta della componente emotiva del dolore; in sostanza, un totale stato di anestesia emotiva. L’inesprimibile beatitudine fisica e psichica consegna all’uso una specie di dimensione divina. L’individuo si allontana totalmente dagli affanni dell’esistenza quotidiana e nessun problema riesce realmente a toccarlo o interessarlo.
Non dolore, non affanni. Tale esperienza è unica.
– L’eroina riduce ed altera il pensiero, con evidente modificazione dei processi decisionali e delle azioni.
– Induce il sonno e si può cadere in uno stato di incoscienza sino al coma.
Gli effetti dell’eroina sono diversi a seconda del dosaggio, della modalità di assunzione, della personalità dell’individuo, della sua esperienza e della sua condizione psicologica; non ultime sono fondamentali le sue aspettative.

Ho spesso personalmente pensato che forse, forse, una buona morte si poteva avere con l’eroina. Ho anche pensato che di certo coloro i quali riescono ad interrompere una tale relazione, così squilibrata in favore della sostanza rispetto alle mille fragilità della vita, sono eroici e di certo provvisti di grandi spinte motivazionali.