Le storie

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Dott. Giuseppe Montefrancesco
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Smettere di fumare

Una mattina aprendo la porta del bagno per farmi la doccia mi investì il panico all’idea di smettere di fumare. Mi dissi: non posso. Se levo le sigarette mi crolla il mondo ed io con esso. Io non riuscirei a controllare il mio rapporto con la realtà. Impazzirei. Fu una reazione interna molto violenta: mi sembrò impossibile smettere di fumare. Non ricordo quanto tempo passò da quel giorno ma visto che non ero mai convinta di voler smettere di fumare, giorni dopo mi dissi: se aspetto di avere voglia , o di essere convinta di voler smettere di fumare, io non smetterò mai. Mi rendevo conto che la mia volizione, la mia intenzione, la mia convinzione erano debolissime. Malgrado questo una parte di me riteneva per varie ragioni che fosse il caso di smettere di fumare. Fu così che decisi di farmi aiutare dal medico del servizio pubblico preposto a questo scopo . Convinta e decisa mi presentai all’appuntamento. Trovai particolarmente piacevole che qualcuno si prendesse cura di me facendomi domande sulla mia dipendenza da fumo, misurandomi la co2 e quant’altro. Fui particolarmente sollevata quando mi classificarono “fumatrice media”, nonostante le mie trenta sigarette al giorno. Era una buona premessa sia nel caso avessi voluto smettere, pensavo infatti che avrei sofferto di meno, sia nel caso che avessi voluto continuare in quanto mi sentivo meno “grave”. Dopo il colloquio, il dottore mi disse: “ prenda il Champix …così e così.” Uscii contenta del percorso fatto fin lì. Comprai il Champix che mi sembrò un farmaco carissimo. Avrei cominciato ad assumerlo l’indomani. Essendo un po’ansiosa nell’ ingerire farmaci, decisi di prenderlo durante una passeggiata in città, non sentendomi sicura degli effetti che mi avrebbe provocato, non volevo trovarmi sola in casa a subire gli effetti indesiderati del farmaco. Quella mattina in città feci colazione e al bar scherzai con un’amica sul fatto che dovessi ingoiare quella compressa per smettere di fumare. Poi mi congedai da questa amica e andai a trovarne un’altra. È questa un’ anziana preside in pensione, fumatrice accanita quanto me. Con lei ci eravamo intrattenute spesso a parlare della nostra blanda intenzione di smettere. Quando mi aprì la porta di casa fui investita da un soffocante ‘effetto fumo ’. Mi sentivo mancare l’aria, la volevo fresca e pulita. Mi sentii disgustata e ne fui felice: il farmaco cominciava il suo effetto! Ridevo, scherzavo. Ero felice. Era una bellissima giornata di giugno con il sole e per niente afosa. Il mio contesto di vita mi era favorevole: stavo lavorando e guadagnando e non era sempre stato così. Ero soddisfatta di me. Ricordo che fumai appena uscii da quella casa. La sigaretta non mi piacque ma il dottore mi aveva assicurato che avrei potuto fumare ancora per qualche giorno. Riconobbi in me il bisogno di compiere il gesto di tenere la sigaretta tra le dita e la incoercibile nostalgia che mi spingeva a ricercare la mia identità di fumatrice dalla quale il farmaco mi stava allontanando. Entrai e uscii dai negozi lasciandomi andare al gioco di un moderato shopping. . Intanto mi sentivo salire la spiacevole sensazione di avere il cervello compresso. Come se tutti i miei recettori fossero occupati e non fossi libera non solo di fumare ma neanche di pensare. Non erano più disponibili i miei recettori del fumo? Mi sentivo anormale. Mi sentivo manomessa. Manipolata. Mi saliva una rabbia oscura perché non mi sentivo il cervello disponibile. Chiedevo a chi mi conosceva se apparissi normale, se parlassi normalmente e se notavano qualcosa di strano in me. Tutti in proposito mi rassicuravano. Ma io mi sentivo comunque il cervello, il mio cervello, indisponibile a me stessa. Volevo la testa sgombra con la stessa intensità con cui ore prima avevo desiderato di respirare aria pulita. Volevo sentirmi padrona di me. E l’idea di dover aumentare, il giorno dopo, la dose del Champix mi terrorizzò. Volevo solo che quel maledetto effetto finisse. Non ricordo quando finì. Ma quando avvenne si formò in me il proposito di smettere di fumare senza farmaco. Cominciò così uno dei periodi più belli della mia vita. Decisi che avrei fronteggiato la mia voglia di fumare con la determinazione di un torero che si mette di fronte a un toro infuriato. Solo che la mia corrida non sarebbe durata qualche ora ma giorni e giorni e comunque tutto il tempo necessario. Imparai a scalare le sigarette. Mi accendevo una sigaretta solo quando sapevo che non farlo avrebbe significato per me odiarmi per quello che mi stavo facendo. Intanto i tempi tra una sigaretta e l’altra si allungavano e io ne ero soddisfatta. Era come un lavoro e aveva quasi la priorità su tutto compatibilmente con i lavori. Dopo una decina di giorni ero arrivata da trenta a cinque o sei sigarette al giorno, dopo due settimane la terza sigaretta mi diede, al secondo tiro, una botta alla nuca e un vero disgusto. Ne fui felice.

  • Roma non è stata fatta in un giorno – mi diceva mi madre al telefono per incoraggiarmi. Al contrario mia sorella mi faceva notare che se hai fumato una sigaretta sei ancora una fumatrice. È la banale prospettiva del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.

Ma io non davo retta. Avevo maturato una sana fiducia nel mio metodo di scalare affrontando di volta in volta il disagio che mi prendeva quando incontravo la mia voglia di fumare. Mi sorella aveva smesso con i cerotti, io invece ce la stavo facendo con una bella ginnastica per la mia volontà e forse molto di più. In qui giorni resistetti alla sigarette anche dopo le arrabbiature con mio marito e nonostante varie contrarietà. Mi trattavo come un vaso di cristallo, ma non aveva importanza, stavo gestendo il mio disagio: mi somministravo le sigarette come si somministra un farmaco ma io non ero solo il farmacista e il cliente ero anche la farmacia. Non nascondo che il gioco mi divertiva . Il giorno che fumai tre sigarette soltanto ero ottimista, stavo per farcela, mi sarei separata dalle sigarette. Sarebbe stato un bell’addio. Poi arrivò una telefonata attesa. Era una telefonata attesa ma ciò di cui mi informò fu per me un vero disastro. Vissi una delusione cocente la rabbia che ne seguì innescò l’incendio della mia farmacia interiore. Non si salvò niente. Tutto questo accadeva due anni fa. Oggi fumo di nuovo trenta sigarette al giorno e in proposito mi sono fatta l’idea che amare se stessi, per certe persone, è molto più faticoso che continuare a proporre la stessa domanda: essere amati dagli altri.   Carla Caterina Rocchi