Gli editoriali

a cura del prof. Montefrancesco

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Responsabile del sito
Dott. Giuseppe Montefrancesco

Una fottuta paura della vita

Ho ricevuto questa storia che in realtà mi è sembrata avesse più la forma di un editoriale, di una dichiarazione. Mi è sembrato volesse soprattutto insegnarmi a vedere meglio quell’ansia sociale che può appesantire la vita di qualcuno. Io spesso dico che i nostri figli ed anche noi non viviamo più esperienze ma gareggiamo stupidamente entro discipline. Allora mio figlio non gioca più a pallone ma va a scuola di calcio, non butta la palla in un canestro, fà basket, non ha più amori di passaggio ma ogni volta si sposa. Addirittura viene a casa con la sua ultima e si chiude in camera, tipo more uxorio. A questo io ho detto assolutamente di no. Poi ogni rottura è un divorzio anzi tendono a rimanere nello stesso rapporto per non soffrire l’abbandono…forse pensano di aver perso una partita. Allora la fottuta paura della vita.
Leggete in basso.
Ho ricevuto: Gli adulti non lo sanno e forse l’hanno dimenticato. Ho 17 anni e a diciassette anni si può avere una fottuta paura della vita. Bevo ogni tanto per questa paura. I miei genitori pensano che c’è la scuola e internet, la palestra e la danza, le vasche o la discoteca, dopo la pizzeria il sabato sera ma alcuni di noi sono curiosi della vita , quella non preordinata e scandita da orari, quella che semplicemente accade; quella che si trova sulla strada, fatta di incontri occasionali con i quali non intendo nè il prostituirsi, nè il cercare una scopata. Non lo so cosa cerco: forse un nuovo amico o una nuova amica, perchè quelli che ho mi annoiano un po’ con i loro cazzi. Io non lo so cos’è questa smania che mi fa sperare che quando esco forse può succedermi qualcosa di bello, inaspettato e sorprendente: un amico che ti invita a guardare le nuvole o che ti abbraccia su una panchina mentre volano attorno le foglie. E poi parlare e parlare e parlare, parlare fino a sfinirsi, o magari ridere, percorrendo una strada mai percorsa e scoprirla bella di un fascino discreto e quasi misterioso. Dove vanno in giro sbattendosi i ragazzi come me, se non cercando un po’ di poesia? Il fatto è che non si sa mai prima cos’è ‘poesia’ ma la riconosci solo quando ti accade. Se accade. Gli adulti forse l’hanno dimenticato ma noi ragazzi abbiamo bisogno anche di questa poesia del vivere che ti sorprende con qualche imprevisto. Allora per questo devi uscire di casa, chiuderti dietro la porta e andare, non importa dove, ma devi andare anche se sai che sfiderai il ridicolo, perchè l’orario non è quello delle vasche, perchè non è sabato sera, ma un qualsiasi giorno della settimana lavorativa. Magari sono le tre di pomeriggio e tutto è chiuso. E quando devo uscire io spesso ho paura. Paura che nessuno si interessi a me. Paura di non avere niente da dire. Paura di apparire troppo insicura e poco interessante. Allora prima di uscire vado nella sala da pranzo e bevo di nascosto dalle bottiglie di papà, a sorsi, così divento un po’ più baldanzosa e, a volte, spiritosa e leggera. La lingua si scioglie e gli incontri fanno meno paura. A volte poi bevo quando sono in camera, da sola. In genere la notte dopo che i miei genitori sono andati a letto. A volte bevo forte e scrivo del mio sballo nel mio diario. In genere sono molto triste. Eppure preferisco sentirmi molto triste che andarmene normalmente a letto. Può essere che l’uso dell’alcol mi serva per provocare questa altalena di emozioni comunque forti: un’esagerata allegria e un’esagerata tristezza per sentirmi un po’ più grande nel pararne gli urti.
Chiara