Le storie

dott. Giuseppe Montefrancesco

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In sostanza, che cosa è la tossicodipendenza ?

“Riflettendoci da sobri; cosa stavamo facendo o pensando per arrivare a fare il primo passo? Doveva essere accaduto qualcosa per portarmi a d assumere una sostanza che avrebbe cambiato così tanto il mio modo di pensare.”
Conoscevamo la storia. Eravamo stati abituati a pensare che provarla sarebbe stata la cosa e per molti di noi lo era. Ci aiutava a tirare avanti giorno dopo giorno e, anche se ci stava distruggendo, ci dava anche un qualche tipo di sollievo.
Così iniziai a fare qualche piccolo furto, poi MDMA, barbiturici, vino da quattro soldi etc; questo prima che abbandonassi il sesto anno di scuola.
Poi sono passato all’erba.
Allora la chiamavano la sbronza da un milione di dollari. Se ti facevi cinquanta dollari di cocaina avevi sbancato. A quei tempi, fumavamo cocaina; mettevamo i cristalli nelle sigarette. Ce li schiaffavamo dentro, la agitavamo e ce la fumavamo. Cominciammo a farci le  strisce e molti dei miei amici ci rimasero sotto sul serio; cominciarono a farsi di eroina.

All’età di sedici anni, mia cugina Denise Fraiser, morì di overdose. La trovarono nuda in un hotel. Avrebbe potuto essere salvata, ma tutti quanti erano terrorizzati di farsi beccare e allora l’hanno lasciata lì invece di chiamare un’ambulanza.
Alla fine anche io mi sono tirato un po’ di eroina, Mexican Brown, così la chiamavano, mi sono fatto di speed ball un paio di volte, ma poi arrivò il PCP, la polvere d’angelo e qualche cannetta corretta.
Non sono stato semplicemente arrestato, forse sono stato anche salvato; fui messo dentro per una rapina e mi diedero diciassette anni a causa dei miei precedenti. Cinque anni per la rapina, due per la pistola e altri dieci anni per i precedenti. Quindi mi presi in tutto 17 anni e me li sono fatti la metà per intero.
Durante quel periodo l’epidemia di crack aveva distrutto il mio quartiere, le famiglie e tutto il resto.

Con la droga non c’è una vera e propria fine e così facevo dentro e fuori di galera.

Il mio fratellastro mi introdusse al crack nel 1981, il giorno del mio compleanno. Nonostante avessi già fumato qualcosa prima di allora, tutta la parte del fumare inizio nel ’81.
“Amico adesso ti portiamo alla partita di baseball.” mi disse.
Così mi tirai a lucido per la partita, presi la macchina e mi fermai ad aspettarlo all’angolo tra California  Street, a quel tempo si chiamava così, e la Decima. Stavo in macchina ad aspettarlo e ci stava mettendo un’eternità, così scesi di macchina ed andai a bussare alla porta di casa sua.
Mi aprì un tizio. Loro stavano in cucina, mi sedetti, arrivò mio fratello e mi disse:
”Ecco la tua mazza da baseball, ed ecco la tua palla.” Chiaramente si riferiva alla pipetta ed al crack. “Batti un bel home run, è così che si fa.”
Hanno dovuto togliermi la pipetta dalle mani a forza.
Ero sicuro che ne avrei avuto bisogno ancora e tuttora ne ho. Dopo la prima volta ne diventai immediatamente assuefatto.

Mio fratello è morto nell’agosto del 2009 e fu per me un colpo devastante perchè accadde nella maniera più inaspettata.
Circa due mesi dopo morì anche il mio altro fratello, Bryan, ma potei pensare a lui in maniera più calma rispetto al mio fratellastro, perchè come ho detto la sua morte accadde così improvvisamente.
Spesso penso alla nostra infanzia, ai nostri ultimi giorni insieme, penso al fatto di averli perduti.
Mi mancano moltissimo, entrambi.
Abbiamo avuto i nostri alti e bassi ma la maggior parte del tempo ci siamo presi cura l’uno dell’altro. É stato così che nostra madre ci aveva tirati su.”

 

Da una storia presentata in Internet e che accompagnava una foto su www.flickr.com.
tradotta da Cosimo Montefrancesco