News

dott. Giuseppe Montefrancesco

Responsabile del sito
Dott. Giuseppe Montefrancesco

[ VAI a tutte le NEWS ]

La cannabis sempre piena di buone sorprese. Il cannabidiolo (CBD) contro l’Alzheimer.

CBD e Alzheimer

L’articolo riportato dibatte sulla possibile applicazione del cannabidiolo (CBD) nel trattamento della malattia di Alzheimer.
Questo “farmaco” potrebbe contribuire a ridurre la neuroinfiammazione cerebrale cronica, un processo che si ritiene svolga un ruolo importante nella progressione dell’Alzheimer, forse la forma più comune di demenza, condizione che danneggia progressivamente la memoria, il pensiero e il comportamento.
Per anni, la maggior parte della ricerca sull’Alzheimer si è concentrata sull’accumulo di placche amiloidi (o placche senili)- queste placche derivano  da una proteina più grande presente sulle membrane delle cellule nervose; modificazioni chimiche generano frammenti di questa proteina che tendono ad aggregarsi e formano ammassi (le placche) che impediscono la comunicazione cerebrale e grovigli (intrecci) di proteina tau – una proteina che stabilizza la struttura delle cellule nervose. Anche questa proteina per interventi chimici anomali (iperfosforilazione) può aggregarsi in filamenti e così impedire il normale funzione delle cellule o condurre ad una lenta degenerazione e alla morte.

Questi agglomerati proteici anomali sono certamente considerati i segni distintivi della malattia, tuttavia, molti ricercatori ora ritengono che anche l’infiammazione cronica nel cervello possa essere un fattore chiave nel causare danni alle cellule nervose. Lo studio fornisce quindi un ulteriore supporto alla visione emergente della malattia di Alzheimer come disturbo autoinfiammatorio ove le risposte immunitarie disregolate e la neuroinfiammazione cronica svolgono un ruolo centrale nella neurodegenerazione.
In sostanza, suggeriscono che il sistema immunitario stesso diventa (come accade in moltissime altre malattie autoimmuni)  una fonte di danno anziché limitarsi a rispondere alle minacce.
Il sistema immunitario attacca in modo aberrante il tessuto cerebrale, contribuendo al danno neuronale e alla progressione della malattia.

Il CBD, un derivato delle piante di cannabis (in basso, brevi note al riguardo) ha attirato l’attenzione proprio per le sue proprietà antinfiammatorie e le potenziali applicazioni terapeutiche contro i disturbi neurodegenerativi.
Gli autori dello studio suggeriscono che il CBD modula i sistemi immunitari (tra cui l’interazione tra l’interleuchina 17 (IL-17) e il fattore di necrosi tumorale α (TNF-α),) coinvolti nella patogenesi dell’Alzheimer e sottolineano l’efficacia del CBD nel migliorare le prestazioni cognitive, ridurre l’accumulo di placche amiloidi e abbassare i biomarcatori infiammatori indicativi dell’ Alzheimer.
Lo studio ha utilizzato un particolare modello murino (un modello che utilizza topi o ratti) chiamato 5×FAD.
Il 5XFAD è uno dei modelli transgenici più utilizzati nella ricerca preclinica per studiare l’Alzheimer perché progettato proprio per replicare le caratteristiche chiave dell’Alzheimer umano.
La somministrazione di CBD ha prodotto invece una ridotta espressione di geni correlati all’attivazione delle cellule coinvolte nell’infiammazione indicando la sua azione soppressiva sull’iperattività immunitaria caratteristica dell’Alzheimer.
Inoltre, il CBD ha mostrato effetti positivi sull’integrità della struttura cerebrale e sulla connettività sinaptica negli animali trattati, riflettendo il suo potenziale di proteggere i neuroni dai danni.

Via di somministrazione
La scelta dell’inalazione come via di somministrazione è stata strategica grazie all’efficiente assorbimento sistemico e all’evitamento del metabolismo epatico (effetto di primo passaggio) facilitando concentrazioni più elevate. Nonostante sia meno studiata rispetto alle forme orali, l’inalazione si dimostra promettente perché bypassa il metabolismo di primo passaggio, consentendo un’esposizione prolungata della sostanza al sistema nervoso centrale.

Sono necessari studi clinici per confermare la sicurezza e l’efficacia nell’uomo prima che il CBD diventi parte integrante della terapia standard per i pazienti affetti da malattia di Alzheimer.
Gli studi esaminati hanno sottolineato la necessità di studi clinici randomizzati e controllati per confermare l’efficacia e la sicurezza del CBD nell’uomo prima di considerarlo un intervento standard e per garantire regimi di dosaggio ottimali ed effetti collaterali minimi.
Gli autori sostengono che la combinazione del CBD con altri farmaci attualmente utilizzati per la gestione della malattia di Alzheimer, come i colinergici o gli antiossidanti, potrebbe creare un approccio “politecnico” più efficace alla neuroprotezione.

 Conclusioni
Ho riportato questa ricerca (della quale, per maggiore leggibilità, non ho trascritto le complesse specificità sperimentali) per sottolineare ancora una volta la necessita di un atteggiamento di più ampia accoglienza rispetto a tante sostanze etichettate solo come droghe.
In realtà molte di queste sono e saranno essenziali ai bisogni dell’uomo.
Quale diverso destino, ad esempio, avremmo avuto senza il controllo del dolore da parte degli oppiacei ?

Il CBD, è certamente conosciuto come un derivato della cannabis che manca di un effetto “drogante” (bruttissima espressione) ma, purtroppo, assiema a tante altre sostanze soffre lo stigma istituzionale. Il “decreto sicurezza” – 2025- e la sentenza del Tar del Lazio hanno confermato il decreto ministeriale che inserisce le preparazioni orali a base di CBD nella tabella dei farmaci stupefacenti.

Interessante, no ?

giuseppe montefrancesco

Fonte

Sahar Emami Naeini et al., Rethinking Alzheimer’s: Harnessing Cannabidiol to Modulate IDO and cGAS Pathways for Neuroinflammation Control, eNeuro, 6 October 2025, 12 (10); https://doi.org/10.1523/ENEURO.0114-25.2025

_________________

il CBD

I 70 tipi di cannabinoidi originano da un precursore comune, il cannabigerolo (CBG), e sono sintetizzati dalla cannabis come acidi inattivi, con un gruppo carbossilico in posizione 2 o 4.
La decarbosssilazione termica forma, ad es. THC attivo dall’acido THC inattivo.
Per questo i componenti attivi della cannabis si fumano o si riscaldano (inalati) piuttosto che assunti per os.
Nella pianta, dal cannabigerolo sono prodotti il THC e il CBD  attraverso distinti percorsi di biosintesi e ciò significa che la produzione di CBD limita la quantità di THC sintetizzato e viceversa.
Di conseguenza, alcune varietà di cannabis sono selezionate per massimizzare quasi esclusivamente la “resa” di THC; altre varietà si selezionano con prevalenza di CBD.

Il rapporto THC/CBD determina la potenza dell’azione psicotropa della pianta e questo può notevolmente alterare gli effetti della sostanza.
Il cannabidiolo (CBD) ha numerose azioni farmacologiche se pure non consolidate e controverse.

Vantaggi se associato al THC

Il CBD potenzia alcuni degli effetti benefici di Δ 9 -THC poiché riduce la sua psicoattività (contrasta le conseguenze funzionali dell’attivazione di CB1 nel cervello); quindi migliora la tollerabilità del THC e amplia la sua finestra terapeutica.
Gli utilizzatori di preparati di cannabis con CBD elevato hanno meno probabilità di sviluppare sintomi psicotici rispetto a quelli che consumano preparazioni con CBD basso.
Il farmaco botanico nabiximolo (Sativex) contiene quantità uguali di Δ 9-THC e CBD, ciò allevia la spasticità e il dolore nella sclerosi multipla in modo più efficace del THC da solo. L’azione del CBD consente ai pazienti di tollerare quantità maggiori di Δ 9 -THC.

Vantaggi rispetto al THC

— non determina effetti gratificanti, non «stona»
— poco spazio nel mercato illegale, diversamente…
— elevato profilo di sicurezza per ampia finestra terapeutica…in pediatria sino a 50mg/kg die Epidiolex.