Le droghe possono far male, ma il proibizionismo è peggio.
Il proibizionismo è un fallimento.
Non è in grado di governare il fenomeno delle droghe.
Peggio: lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e, quindi, più pericoloso.
La “guerra alla droga” ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica, alimentando un lucroso mercato illegale su cui prospera la criminalità.
E’ un politica dissennata.
E’ una scorciatoia ideologica dietro cui nascondere l’incapacità di governare il fenomeno.
Le droghe possono far male, ma il proibizionismo è peggio.
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Il proibizionismo è un fallimento, se ancora ci fosse bisogno di saperlo.
Basta leggere il rapporto europeo sulle droghe 2026.
Il documento dell’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe (EUDA) è basato sui dati provenienti da 29 Paesi ed offre un quadro completo e aggiornato della situazione. Conferma ciò che da anni sostengono studiosi, esperti, operatori e che più modestamente andiamo ripetendo anche da questi microfoni: il proibizionismo non è in grado di governare il fenomeno delle droghe, peggio, lo aggrava, lo rende più diffuso e incontrollato e quindi più pericoloso.
L’Agenzia europea segnala come il mercato illegale sia sempre più complesso, multiforme e rapido, nell’adattarsi ai cambiamenti. Per eludere i controlli, le reti criminali diversificano rotte e metodi, usano porti i piccoli, i trasferimenti in mare, motoscafi, imbarcazioni, sommergibili droni, tecniche sofisticate di occultamento, impiego dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie.
La criminalità organizzata offre, con logiche industriali e di marketing, le droghe per espandere i mercati e trovare sempre nuovi acquirenti.
Il mercato è caratterizzata da sostanze più potenti, più pure e più imprevedibili.
Le nuove sostanze psicoattive (NPS), monitorate dall’Agenzia europea, sono ormai oltre un migliaio e in continuo aumento. Nel 2025 ne sono comparse circa 50, praticamente una alla settimana.
Al contempo, crescono i rischi legati al policonsumo, agli oppioidi sintetici, ai cannabinoidi sintetici e semi sintetici, a cocaina e crack, alla ketamina dirottata verso il mercato illegale.
Chi consuma non sa cosa si mette in corpo, i servizi sono costretti a inseguire il fenomeno.
La prevenzione viene soffocata dall’allarmismo e dalla paura.
L’esempio lampante di questa politica dissennata è la cannabis.
In Europa è questa la sostanza illecita più diffusa: 25 milioni di adulti ne hanno fatto uso.
Nell’ultimo anno, alcuni Paesi hanno avviato la riforma delle politiche in materia.
In Italia. invece, anziché disciplinare produzione, vendita e promuovere l’informazione sui rischi e prevenzione dei danni, con la scusa della droga il governo ha deciso di penalizzare l’intera filiera agroindustriale commerciale della canapa senza intaccare le organizzazioni criminali che spacciano prodotti adulterati con cannabinoidi sintetici.
Con il proibizionismo le sostanze vietate non scompaiono, diventano semplicemente incontrollabili.
Politiche come quelle del nostro attuale governo che, in nome di una presunta sicurezza pretende di risolvere il problema vietando, reprimendo e punendo, aumentando i reati e le pene, in realtà provocano un intollerabile ed insostenibile sovraffollamento carcerario.
Invece di ridurre i rischi e i danni, li scaricano sull’intera società, in particolare sulle persone più fragili, schiacciate tra l’incudine e il martello, tra il mercato criminale e la repressione degli ultimi anni.
L’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe, non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto al mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva applicati al caso italiano.
Questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio.
Lo scrive la professoressa Carla Rossi, presidente del Centro di Studi Statistici Sociali, già ordinario, di Statistica medica, all’Università di Roma Tor Vergata, a proposito dell’efficacia delle politiche repressive sulle droghe per la rubrica di Fuori Luogo sul Manifesto del 10 giugno.
L’articolo illustra alcuni dati contenuti nel libro. L’uso di cannabis non è totalmente innocuo, ma presenta un livello di rischio molto basso. (Cannabis use: It is not totally harmless, but it has a very low risk level)
Questo è il titolo. Il libro è curato dalla professoressa Rossi, insieme al professor Giovanni Trovato, ordinario di Statistica economica, all’Università di Roma Tor Vergata. Il libro è il risultato di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che ha riunito studiosi di diverse discipline per esaminare la regolamentazione della cannabis e di altre droghe cosiddette leggere.
Il testo è in inglese e lo potete scaricare da FuoriLuogo.it
Dalla svolta repressiva del 1990 ad oggi, spiega il libro, le diverse modifiche legislative in materia di droghe hanno inciso soprattutto sulla repressione e sulla pressione penale, ma non si sono dimostrate capaci di ridurre il mercato. La repressione, non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo i soggetti più vulnerabili, più che i capi delle organizzazioni criminali.
Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio.
Se la repressione funzionasse davvero, nota la professoressa Carla Rossi, la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi, invece, restano sostanzialmente stabili.
Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato.
Solo in Italia, secondo le stime ufficiali, la spesa al dettaglio per le principali sostanze vale oltre 17 miliardi, con un aumento costante negli anni. Una massa di denaro che alimenta le reti criminali, favorisce la corruzione anche ad alto livello e il riciclaggio, con una presenza ormai stabile delle organizzazioni criminali in tutti i settori dell’economia legale.
Dall’edilizia alla logistica, dal commercio ai servizi, alla finanza fino al calcio professionistico,
Come ebbe a dire due anni fa il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, mafia, camorra e ‘ndrangheta fanno ormai parte del tessuto economico, anche e soprattutto nella parte più sviluppata del Paese. Allora una politica è razionale ed efficace se è fondata su dati attendibili, su un’analisi attenta e un approccio interdisciplinare.
La guerra alla droga non è né razionale né tantomeno efficace.
Ha prodotto costi enormi. Carcere, inefficienza, corruzione.
Non ha ridotto l’offerta e la domanda, né ha protetto la salute pubblica e ha alimentato un lucroso mercato illegale.
La guerra alla droga è una scorciatoia ideologica dietro cui nascondere l’incapacità di governare il fenomeno.
Come dissi nella nota di esattamente cinque anni fa, 14 giugno in occasione della pubblicazione del rapporto europeo del 202: le droghe possono far male, ma il proibizionismo è peggio.
15GIU2026 La nota antiproibizionista EDITORIALE | di Roberto Spagnoli – Radio – 07:30 Durata: 5 min 53 sec
g.montefrancesco (per lievi correzioni nella trascrizione automatica)
