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dott. Giuseppe Montefrancesco

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Il proibizionismo: un colossale paradosso.

La nota antiproibizionista

EDITORIALE | di Roberto Spagnoli – RADIO – 07:30 Durata: 6 min 6 sec
24 NOV 2025

In breve
Nella politica delle droghe non è più rinviabile un cambio di paradigma: prendere atto della realtà e uscire dall’ideologia.
Occorre finanziare e integrare le pratiche di riduzione dei rischi e dei danni nella sanità pubblica, togliere spazio a mercati criminali che prosperano sull’illegalità attraverso depenalizzazione e legalizzazione, riconoscere il ruolo centrale delle persone che usano droghe.
Serve inoltre un’informazione corretta senza più toni sensazionalistici o allarmistici.
L’alternativa è insistere con l’inganno della “guerra alla droga”, senza risolvere nulla e continuando a scaricare sull’intera collettività i rischi, i danni e i costi sociali, sanitari ed economici.

Per esteso
Il proibizionismo rappresenta un colossale paradosso.
Mai come oggi le droghe sono disponibili varie e potenti, eppure, le risposte politiche restano in gran parte ancorate a strumenti repressivi che producono danni enormi, senza risolvere il problema.
I dati dell’Agenzia Europea sulle Droghe (EUDA) parlano chiaro:
– l’aumento delle sostanze sintetiche
– la diffusione di miscele pericolose
– il fenomeno del policonsumo moltiplicano i rischi per la salute.
In un tale contesto insistere con la proibizione e la repressione significa aggravare la vulnerabilità delle persone, la marginalizzazione dei soggetti deboli e contribuire a diffondere malattie e morti che invece potrebbero essere evitati.

La risposta pragmatica nazionale si chiama riduzione dei rischi e dei danni, kit sterili, programmi di scambio siringhe, pipe per il consumo di crack, distribuzione e formazione all’uso dei farmaci salva vita, servizi di drug-checking, terapie sostitutive, sale di consumo controllato.
L’esperienza e la ricerca mostrano che questi interventi riducono le overdose, riducono le infezioni, riducono i comportamenti a rischio e favoriscono invece l’assistenza e il reinserimento sociale per chi ne ha bisogno. Tutto questo senza aumentare il consumo delle sostanze nella popolazione generale; insomma è una scelta di salute pubblica che mette al centro le persone e non le sostanze.

Che la riduzione del danno funzioni lo dimostrano i numeri: meno morti, meno infezioni, meno pressione sui servizi di emergenza e più opportunità per costruire percorsi di cura volontarie, politiche di decriminalizzazione dell’uso personale accompagnate da servizi pubblici efficienti e adeguatamente finanziati e sostenuti.
Tutto ciò non incentiva il consumo di massa ma al contrario riduce la marginalità e migliorano l’efficacia degli interventi.
Di fronte all’emergere di nuove sostanze sintetiche e di miscele sempre più insidiose la via repressiva mostra tutta la sua inefficacia.
Serve invece monitoraggio, serve lo scambio di informazioni, servono investimenti in prevenzione e la capacità delle politiche di aggiornarsi e adattarsi in base all’esperienza e all’evidenza.

Il drug checking, cioè l’analisi delle sostanze in tempo reale, per fare in modo che chi usa droghe sappia il reale contenuto di ciò che ha acquistato, i possibili effetti, le conseguenze.
Il drug checking appunto è un esempio evidente dicono una corretta informazione favorisca la consapevolezza e il controllo delle proprie scelte, dunque, anche i propri comportamenti riducendo rischi e danni.
L’Agenzia Europea, non a caso, ha pubblicato linee guida proprio a questo scopo promuovendo pratiche di comunicazione del rischio, efficaci e responsabili, per prevenire intossicazioni o overdose in contesti, come per esempio, quelli del divertimento; pensate ad es. ai rave party così esecrati e stigmatizzati dal nostro attuale Governo.
Un altro esempio evidente è quello delle consumption rooms; studi di valutazioni sul campo confermano che dove esiste la volontà politica di attivarle le stanze del consumo protetto funzionano come strumenti di inclusione sociale, abbassano la mortalità, riducono le pratiche di consumo in luoghi pericolosi e favoriscono l’accesso a percorsi di cura per chi ne ha necessità.
Nonostante le evidenze la loro diffusione però ostacolata da normative, resistenze politiche e stigma; la scelta allora non è tra proibire o normalizzare ma tra criminalizzare persone e comunità oppure investire in risposte basate sull’esperienza sull’evidenza.