Le storie

Foto dott. Giuseppe Montefrancesco
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Dott. Giuseppe Montefrancesco

Entbehrungsqualen, tormento della privazione.

Una ammalata di Pichon, di condizione operaia, le cui risorse si erano esaurite, si trovava stretta in questo terrible circolo vizioso: lavorare per guadagnare il denaro necessario all’acquisto della sua morfina e morfinizzarsi per trovare la forza di lavorare……Così racconta il naufragio del suo onore: ” Alla solita ora del pomeriggio nella quale mi facevo le altre mie punture non mi restava più un centigrammo di morfina. Cominciavo a sentire gli effetti della privazione già altre volte subita e della quale mi rammentavo” In capo a due, tre ore di mi pareva come se mi venissero conficcati dei chiodi in testa e nello stomaco. verso sera ebbi una diarrea irrefrenabile con vomiti incessanti. Avevo freddo e caldo nello stesso tempo e sentivo dei leggeri brividi per tutto il corpo. Mi coricai allora pensando che il sonno verrebbe in mio aiuto; fatica sprecata. Non potevo star ferma, giravo per la stanza e per qualche istante mi posi persino a correre. Non sapevo più che fare per calmare i dolori che avevo dappertutto, specialmente allo scrobicolo dello stomaco, nel ventre ed al capo. “Agitavo le mani e mi percuotevo il petto. Frattanto era venuta la sera e con essa l’ora della mia ultima puntura consueta ed io non avevo preso un milligrammo di morfina dalle otto del mattino; divenni come ebbra. La testa bolliva e mi sentivo soffocare. In mezzo a queste insopportabili sofferenze mi valevo di quel pò di discernimento lasciatomi dal mio cervello sconvolto per cercare il mezzo onde procurarmi ad ogni costo della morfina; in quel momento avrei senz’altro ucciso qualcuno se questo assassinio m’avesse procurato una puntura” “Fu allora che un’idea pazza mi passo per la mente. Erano circa le dieci di sera; discesi come forsennata le scale e sul marciapiedi avvicinai un signore…Io dovevo aver l’aspetto di una donna ubriaca, poiché lo ero difatti…Quell’uomo mi guardò per qualche tempo e poi mi trasse seco. Vi chiedo perdono, o signore, voi capite…soffrivo tanto ed ero ebbra…” Questa lacrimevole storia non rammenta essa forse difatti quella della Gervasia dell’Assamoir che discese anch’essa nella via come impazzita, ebbra dalla fame e si prostituisce per un tozzo di pane ?